Tra presente e futuro dello Smart Working

I dati emersi da una ricerca condotta da Nomisma, hanno sottolineato come il futuro dello smart working non sparirà con il concludersi del Covid 19, ma al contrario, rimarrà in vigore (si stima) come modalità di lavoro per 1 italiano su 6 anche nel nuovo anno.

Lo tsunami che stiamo ancora preoccupantemente vivendo, conseguenza della pandemia mondiale, ha reso inizialmente la scelta smart working obbligatoria per tutti, con la convinzione che sarebbe stata una soluzione molto temporanea.

Il Covid 19 ha provocato e provocherà negli anni a venire, importanti scosse nella vita personale e pubblica delle persone con importanti cambiamenti nello stile di vita delle persone.

Lo smart working solo lo scorso anno era considerato un argomento “di nicchia”. Secondo i dati raccolti nel 2019 (pre-covid) il lavoro “agile” (come viene definito da molti giornali), contava meno di un milione di dipendenti che utilizzavano questa tipologia (il 3% sul totale degli occupati).

Prendendo in esame le grandi aziende mondiali, Google ad esempio, ha deciso di prolungare per i suoi 200 mila dipendenti la possibilità di lavorare in smart working fino all’estate 2021.

Anche aziende come Apple e Amazon, hanno intenzione di seguire la stessa scia, forse con la paura di un’imminente aumento del numero di contagi per il prossimo inverno.

Caso a parte riveste invece l’azienda di Twitter, che per i dipendenti che possono svolgere lavoro in smart working, ha deciso di mantenere questa tipologia per sempre.

I numeri italiani dello Smart Working

I dati emersi dall’Osservatorio dal titolo “The World after Lockdown” curato da Nomisma e CRIF, hanno coinvolto un campione di 1000 italiani di età tra i 18 e i 65 anni.

Dai numeri emergono che in fase di lockdown, i lavoratori italiani che hanno potuto lavorare in smart working sono stati il 34% sul totale degli occupati, per un numero che si aggirava a più di 7 milioni.

Secondo una recente ricerca dell’Università degli Studi di Milano, questo valore in fase post-lockdown, è sceso del 24 % ( 1 lavoratore su 4).

Oggi si conta circa 1,8 milioni i lavoratori in smart working: un numero otto volte più grande di prima della pandemia.

Tra questi, la maggioranza è ricoperta da dipendenti appartenenti al settore privato e a seguire Pubblica Amministrazione (con un numero di circa 2 milioni).

Per l’età demografica, uno su 3 appartiene alla generazione Millennial con predominanza femminile (27% contro il 22% degli uomini).

Si prediligono per lo smart working le zone più colpite dalla pandemia: il nord vince con un 27% contro il 18% del Centro e il 22% del Sud.

Pro e contro

Ultimamente, anche a fronte dell’ipotetico possibile ritorno di un lockdown, si è parlato molto dei vantaggi e svantaggi di questa nuova forma di lavoro.

La possibilità di avere una maggiore flessibilità con riduzione dello stress dovuto dagli spostamenti, fa fronte però alle problematiche tra trovare spazi adeguati in casa e il generale senso di isolamento.

Il 74% del campione di intervistati per l’analisi svolta da Nomisma e CRIF, sottolinea l’esigenza di ricevere una formazione accurata sulle potenzialità derivanti dallo smart working e sulla future possibilità di digitalizzazione del lavoro.

Inoltre, l’esigenza comune è quella che, per ritenersi lo smart working una vera opportunità per la persona, c’è il bisogno di dare al lavoratore la possibilità di decidere quando e dove lavorare.

È opinione comune che questa tipologia di lavora, ha ormai cambiato il corso della vita del lavoratore medio.

L’ipotesi (o più certezza) è quella che questo tenderà a diventare un fenomeno strutturale sempre più fondato, che porterà ad un forte cambiamento culturale in tutti i soggetti coinvolti, dai lavoratori alle imprese alle istituzioni fino ai sindacati.

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